our heart, the heart that I believe was lost..."
Di quegli anni, la bella Jana dalla pelle trasparente e gli occhi di cristallo ricorda gli imponenti prefabbricati Q3a e lo scricchiolante linoleum che rivestiva il pavimento del soggiorno; il pudding Komet alla vaniglia e l'odore penetrante di cavolo bollito; Frau Elster, le Juwel del papà e le domeniche in Sassonia su una Trabi azzurro cielo.
Aveva sei anni ed era il 1987, o giù di lì, e a Lipsia pareva che il tempo seguitasse a scorrere con la sua consueta lentezza. Il mondo però stava cambiando: a breve le preghiere nella Nikolaikirche si sarebbero moltiplicate e trecentomila persone sarebbero scese in piazza ponendo l’accento sulla libertà di espressione; mentre a Berlino quelli dell'Ovest avrebbero suggellato l'amicizia con i loro vicini dell'Est a suon di boccali di birra, il KaDeWe sarebbe stato preso d'assalto da "Ossi" curiosi e famelici di un Occidente tanto mitico quanto la civiltà di Atlantide e le luci del Ku'damm avrebbero accecato gli occhi di coloro i quali, per una vita intera, si erano trascinati lungo strade prive di colore. In ogni caso, in quegli anni, sia io, sia la bella Jana - che era un po’ più grande - vivevamo ancora in una realtà dai toni pastello, candida e lieve, leggera come una piuma e pura quanto la prima neve, e le nostre bocche erano sporche di latte, le ginocchia sbucciate e le dita imbrattate di terra. La storia come poliedro, con tutte le sue lame e i suoi innumerevoli coltelli, ci avrebbe trafitto soltanto molto tempo dopo.
Io di quel periodo, a differenza di Jana, ho ricordi davvero confusi, consistenti quanto la seta, quasi impalpabili, dolci per la loro essenza calcificata nei frammenti di passato e, forse, neppure troppo reali, come filtrati: costruiti a posteriori sui racconti della mamma o sulle fotografie ingiallite dal tempo. Un po’ come può accadere anche con i sogni… che talvolta, al risveglio, si credono svaniti e non si riescono a riportare alla mente, poi, d’un tratto, proprio nel momento in cui si prova a raccontarli o a trascriverli, ritornano vivi e la loro trama si arricchisce di nuovi particolari, ma i confini fra questa dimensione onirica e la realtà più veritiera cominciano a perdere di nitidezza e sfumano gli uni negli altri…
[…]
… Oggi è piovuto ininterrottamente per l’intera giornata, con lo stesso ritmo e la stessa intensità, e sembrava che il cielo ci stesse rovesciando addosso tutta la sua rabbia. I campi si sono lasciati violentare dalla corrente del fiume e ora sono pregni di acqua sporca e stagnante. Nessuna aria sottile, nessuna grandine sui miei pensieri - nonostante questa pioggia metallica - e nessun Canto di Primavera, ma fango maleodorante, vento che sferza il viso e una di quelle umidità che ti penetrano nelle ossa. E allora io non ho potuto far altro che rifugiarmi nella mia tana, con lo Zarathustra e la sua Vipera, il the bollente e i miei pastelli colorati… E ho studiato. Poi verso sera, più per la ricerca di una qualche effimera distrazione che per la brama di ordine, ho risistemato alcuni vecchi cassetti e mi è scivolata fra le mani proprio questa istantanea…

E che la pioggia battente sui vetri della mia finestra, freddi e coperti di polvere, e il calore avvolgente della voce di Cohen cominciassero a giocare a rimpiattino con la memoria bisognava solo aspettarselo. Mi sono salite le lacrime agli occhi, ho cominciato a ricordare e la matassa del tempo, pian piano, ha preso a dipanarsi. Le briglie della mente si sono sciolte…
… La primavera precedente, a migliaia di chilometri di distanza da me e forse un po’ meno da Jana, il reattore n. 4 della centrale nucleare V.I. Lenin di Černobyl' era saltato in aria e molte città ucraine si erano trasformate in città fantasma, intanto nel resto dell’Europa i prezzi delle verdure scendevano drasticamente e, per paura delle possibili radiazioni, diventava pericoloso persino bere l'acqua del rubinetto, ma questo... a dire il vero... me l’hanno raccontato... Perché io, di quegli anni, ricordo solo Milly che, un giorno dopo l’altro, ritrovava la sua felicità; la nonna che tornava a casa dall’ospedale con la sua vita accartocciata nella fodera di un paltò e il nonno che fischiettava la canzone del treno fermo alla stazione, oppure quella di Lili Marlene. Soprattutto, però, ricordo il fiume Po - confine entro il quale era racchiuso il nostro piccolo mondo in quel 1987 -, la sua acqua tiepida, quasi stagnante e viscida, e l’odore della plastica bruciata al sole; la pelle che pizzicava e odorava di estate e i sassolini a punta che nessuno di noi, né Luigi, né Enrico, né tanto meno io, riuscivamo a far rimbalzare nella corrente.
Ci portavano a Po quasi ogni domenica e ci sembrava di andare in capo al mondo. Noi che, non avendo mai visto il mare, pensavamo che fosse un fiume soltanto un po’ più grosso e salato… Partivamo su una Regata station wagon stipata sino al tettuccio, vecchia e con la marmitta che vibrava, e la parcheggiavamo lungo la strada sterrata, appena fuori dalla città, poi scendevamo lungo il fiume… e aspettavamo che il sole si consumasse. Il papà di Enrico e Luigi pescava pesci che mai avrebbe ucciso e le nostre mamme dividevano quelle ansie che nessun bambino poteva ancora comprendere.
[…]
Ognuno di noi si porta dentro un qualcosa, un frammento di quello che è stato prima di quello che è ora… e che questo qualcosa sia il forte odore delle sigarette orientali, l'azzurro cielo di quell’auto attesa per quasi quindici anni - peccato di tracotanza e fonte di imbarazzo per la famiglia di Jana, per "avere osato" e non essersi accontentata dell'efficienza ferroviaria della Repubblica Democratica Tedesca -, oppure l’odore dell’acqua del Po e della plastica bruciata al sole ha ben poca importanza. Perché l’importante è ricordare, registrare pensieri, emozioni e sensazioni; per poterli congelare, in un futuro non troppo distante, in un tempo e in uno spazio preciso. E magari anche trascriverli… Per poi averli fra le mani quei ricordi e farli rivivere, proprio così, come mi è accaduto oggi con questa vecchia istantanea. Perché a volte, sembrerà banale a dirsi, ma dimenticare è un po’ come perdere una parte di sé e non aver vissuto. E narrare è un po’ come resistere… e tornare con la mente a quel che si era, a quel che un giorno si sognava di essere.. e riprendere in mano la propria vita. Forse con un po’ più di coscienza.
“… You the child that once loved,
before they broke his heart,
our heart, the heart that I believe was lost.
So it’s me I see, I can’t do anything.
I’m still the child,
‘cos the only thing I lose misplaced was direction.
There is no childhood’s end.
I’m your childhood friend, lead me on...”
(Childhood’s End? _ Marillion)
... E ora che ricordo chi sono stata e chi è stata Jana, posso anche ricominciare. E posso ricucire tutti quegli strappi che si sono creati nella tela della mia vita.
Lunedì, 27 aprile 2009, ore 23.36

















































































































